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Grillo e i giornalisti

 

Abolizione dell’Ordine dei Giornalisti. È un tema ciclico, che nel circo dell’informazione italiana ritorna a cadenze regolari. Se n’è parlato a più riprese, il 15 giugno 1997 c’è stato pure un referendum (allora promosso dai Radicali) che però non raggiunse il quorum.

Undici anni fa andò infatti a votare solo il 30,3% degli aventi diritto: il 65,5% espresse parere favorevole, il 34,5% disse invece di voler lasciare le cose come stanno.

Insomma un argomento controverso, che divide e dà origine a dibattiti di una lunghezza infinita.

L’ultimo, in ordine cronologico, a tirare bordate sull’Ordine è stato Daniele Capezzone, con il placet dello stesso Paolo Serventi Longhi, ex segretario del sindacato FNSI.

Fino a questi giorni, quando Beppe Grillo dal suo sito web ha annunciato la prossima raccolta firme per abolire l’Ordine, allo scopo di "liberare" l’informazione italiana.

Anzi, sembra proprio che questo sarà uno dei cavalli di battaglia delle prossime liste civiche che nasceranno con la benedizione del comico genovese.

Pur riconoscendo (e l’ho fatto pubblicamente, anche sulle pagine de Il Riformista) l’estremo valore di Grillo nel creare dibattito e nel mettere a nudo tutta una serie di temi controversi e sicuramente importanti, mi pare – con tutto il rispetto – che stavolta il Beppe nazionale stia prendendo un granchio di dimensioni colossali.

L’Ordine è un’istituzione vecchia, che risale ai tempi del fascismo e che non si è dimostrata in grado di affrontare decentemente il ricambio generazionale e il cambiamento dovuto alle nuove tecnologie. Prova ne sia che esistono tutta una serie di professioni dell’informazione che non sono assolutamente tutelate dall’Ordine, pur essendo "giornalistiche" al 100%.

I problemi veri però stanno altrove. E stanno nel crescente nepotismo all’interno delle redazioni, per cui i soliti "amici degli amici" spesso occupano i posti chiave, mentre fuori – nelle strade, dove nasce e si consuma il giornalismo vero – c’è un esercito di precari e sfruttati. Senza questi precari l’80% dei giornali manco uscirebbero in edicola, limitandosi al massimo a un misero copia-incolla delle Ansa e delle Reuters di turno. Lo dimostra la qualità dei quotidiani italiani in occasione degli scioperi indetti dal sindacato. Sembrano tutti uguali, cambia solo la testata in alto.

Ma siamo sicuri che abolire l’ordine metterebbe ordine in questo macello? Secondo me no, e finirebbe con l’avvantaggiare i soliti raccomandati del giornalismo.

I problemi veri sono:

la mancanza in Italia di editori puri, che pensino a fare business vendendo giornali fatti bene,

gli interessi sempre più marcati del mondo bancario che spesso detiene importanti quote azionarie dei giornali (come mai di Cirio e Parmalat non si è mai parlato fino allo scoppio del bubbone? Forse perché certe banche, proprietarie dei giornali, non volevano far sapere di avere ficcato le mani nel torbido?),

gli interessi incrociati di aziende e imprenditori nella costruzione delle informazioni. Siamo l’unico Paese (è bene ricordarlo) in cui l’organo degli industriali, Confindustria, è proprietario del principale quotidiano economico. All’estero vedono questa come una pesante anomalia,

la presenza massiccia delle cosiddette "Scuole di Giornalismo", istituti che molte volte sono finiti sotto i riflettori per i loro metodi di selezione non proprio trasparenti,

il nepotismo vergognoso: si stima che in Italia circa l’80% dei giornalisti sia figlio di giornalista. Un po’ troppo per non pensare a una combine.

Insomma, questi sono i veri cancri del mondo del giornalismo italiano. Non l’Ordine di per sé, istituzione che difende professionisti soggetti alle pressioni più disparate, ogni giorno. Abolire l’Ordine senza prevedere alcuna contromisura sindacale significherebbe accelerare un processo caotico che lascerebbe senza tutela migliaia di giovani. E senza lavoro centinaia di non raccomandati. Ma qualcuno ha fatto presente tutto questo a Grillo? Oppure la politica sua e delle sue liste civiche si sta riducendo a spararle grosse?

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