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Internet Addiction: un eterno ritorno


 

L’informazione, sempre schiacciata tra tempi strettissimi e dinamiche non proprio cristalline, vive e si nutre di temi ricorrenti. Si tratta di argomenti che ritornano a farsi sentire periodicamente. Uno degli ambiti in cui questo accade spessissimo sono le nuove tecnologie, specie per quanto riguarda quelle notizie eventualmente declinate in un taglio "di costume".

Accade così che di Internet e del suo presunto effetto-dipendenza si parli spesso, in coincidenza con l’uscita di studi più o meno attendibili a sostegno dell’una o dell’altra tesi.

Oggi la stampa italiana commenta un saggio di Jerald Block, psichiatra americano, che sull’American Journal of Psichiatry propone di includere nel Dsm (il manuale internazionale di tutte le patologie mentali) la cosiddetta Internet Addiction. Sarebbero ormai migliaia, secondo il medico, le persone completamente dipendenti dalla Rete, che si sentono male quanto non possono essere online. E questa patologia potrebbe essere associata (seppure alla lontana) con la depressione e la schizofrenia. I sintomi (peraltro generalissimi e comuni a decine di affezioni e cause diverse, cambio di stagione compreso) sarebbero la stanchezza cronica, il disinteresse verso la vita esterna, l’isolamento sociale e alcuni comportamenti di tipo ansioso (in questo caso, la smania di possedere le tecnologie più all’avanguardia per navigare in Internet).

Secondo il mio modestissimo parere, queste affermazioni vanno prese con sano scetticismo. Molto semplicemente: è vero che l’uomo, per sua natura, è portato da sempre a "dipendere" da qualcosa, tendenza innata che però fortunatamente varia da individuo a individuo, e da caso a caso. Secondariamente – e stavolta mi riferisco a come la notizia è stata trattata – occorre una prudenza enorme nel trattare questi temi, onde evitare demonizzazioni inutili e pericolose. Perché purtroppo viviamo in un mondo in cui, grazie ai soliti "illuministi", i giochi di ruolo sono veicolo del Demonio, la musica rock ha corrotto intere generazioni… e ora Internet rischia di essere equiparata a una droga.

Io credo esistano strumenti che il singolo decide come usare, in piena libertà. Ciò che distingue l’uso dall’abuso non è lo strumento in sé, ma la consapevolezza della persona. Quindi, piuttosto che dare addosso alla Rete in quanto tale (o alla tv, o al calcio… è lo stesso) e inventarsi patologie buone solo per chi produce farmaci, andiamo ad agire laddove serve, dando a scuola, giovani e famiglie strumenti concreti (e non ideologici) per usare al meglio, e in modo proattivo, le nuove tecnologie. E allo stesso tempo indaghiamo seriamente sulle cause per cui alcune persone preferiscono chattare mille ore al giorno piuttosto che coltivare amici reali o starsene con la loro famiglia.

Potrebbe essere un buon modo per capire la società attuale, e i suoi cambiamenti. E quindi, in qualche modo, noi stessi.  

 

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